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Recensione “Itinerari”, il libro di Luigi Antonio Gambuti

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Viene spontaneo chiedersi perché si scrive? “Scrivere è difendere la solitudine in cui ci si trova; è un’azione che scaturisce soltanto da un isolamento effettivo, ma comunicabile, nel quale, proprio per la lontananza da tutte le cose concrete, si rende possibile una scoperta di rapporti tra esse”…

“Scrivere diventa il contrario di parlare: si parla per soddisfare una necessità momentanea immediata e parlando ci rendiamo prigionieri di ciò che abbiamo pronunciato; nello scrivere, invece, si trova liberazione e durevolezza si trova liberazione soltanto quando approdiamo a qualcosa di durevole. Salvare le parole dalla loro esistenza momentanea, transitoria, e condurle nella nostra conciliazione verso ciò che è durevole, è il compito di chi scrive”. (1)

Tempo fa ho avuto il piacere di conoscere il Prof. Luigi Antonio Gambuti, eccellente uomo di Cultura. Da questo incontro è nata un’amicizia sincera e molto proficua sul piano culturale. Del Gambuti ho letto alcuni suoi lavori che considero eccellenti sul piano etnico-antropologico. L’Autore possiede una scrittura chiara e leggera ma ricca di particolari che soddisfano il lettore.

“Itinerari” il suo ultimo lavoro è un interessantissimo viaggio a ritroso nel tempo ripercorso sulla via dei ricordi. Il testo edito dalla BookSprint Edizioni è un saggio “corposo” (ben 586 pagine!) carico di “erlebnis” (esperienze vissute) non solo personali ma descrive anche uno spaccato della società che va dal 2005 al 2018.

Articoli giornalistici che ne descrivono gli usi e i costumi rivelando particolari inediti. Il Gambuti trasmette al lettore le sue “stimmung” senza tralasciare nessun particolare con una scrittura coinvolgente e semplice. Con maestria e senso etico-morale tratta di politica, scuola, ecologia e altri svariati argomenti ancorato alla sua formazione culturale e politica.

Nell’intero “percorso” letterario si sofferma costantemente sui tre valori fondamentali per una società “umana” e “civile”: equità, libertà e solidarietà.
Il testo non si presenta come una fredda sequenza di articoli giornalistici, letto con interesse dà l’impressione di gustare una lirica in prosa. Infatti, emana un carico di emozioni che toccano l’anima.

Questi articoli sono tutti interessantissimi, ma vi sono alcuni che colpiscono singolarmente l’interesse del lettore. Quelli che maggiormente hanno lasciato un segno tangibile al mio interesse personale sono gli articoli che trattano dei problemi scolastici, ciò non mi ha sorpreso, poiché il Gambuti oltre ad un esimio scrittore è stato anche un eccellente Dirigente Scolastico.

Del resto, anche Rosa Russo Jervolino, più volte ministro della Repubblica e già Sindaco della Città di Napoli, ha scritto, nella prestigiosa prefazione al testo, che il libro resterà sempre uno strumento essenziale di crescita culturale e civile. Chiedo, al Gambuti, uomo di stile per le critiche gentili e garbate, di non mutare il suo stile educatamente ma fortemente critico, perché di esso ha bisogno anche il cosiddetto “teatrino della politica”.

L’Autore conclude con un articolo significativo e denso di valore etico e morale, quasi un monito per le generazioni future.
Nelle parole dell’Autore si nota una leggera malinconia su quello che si perde percorrendo il nostro viaggio esistenziale.

La solitudine che colpisce l’Essere non deve divenire una sequenza di fantasmi che costellano i giorni ma essere lo sprono a un ri-pensare in modo diverso, un rafforzare un pensiero debole in modo da far rinascere una società florida di equità, libertà e solidarietà. Interessante anche l’appendice ricca di “frammenti” che, messi insieme come un puzzle, servono a descrivere la storia di un viaggio esistenziale che muove da lontano.

Il testo del Gambuti ricco di temi sociali dovrebbe essere proposto alle nuove generazioni maggiormente agli studenti delle classi superiori diventando mezzo per veicolare la memoria e trasmettere i valori etici e morali che sono serviti per la formazione di una società civile.

Chiudo con una citazione dell’Autore che trovo interessante sul piano umano e culturale. “La vita è solo la realizzazione del sogno della giovinezza. C’è chi la vive sempre a occhi disperatamente aperti, contaminato dall’istinto di morte. Io la vivo talvolta a occhi socchiusi, assaporando l’aroma sottile di un momento d’assenza ove tutto si sfuma racchiudendo i miei giorni nelle tue mani, per lasciarteli, così, teneramente consumare”. G. C.

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