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Gli antichi mestieri: “o lupanaro, o straccino e o surbettar”

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Tante “Napoli” vengono descritte da poeti e romanzieri, Andreas Müller nei suoi saggi riferì alla Napoli dei vicoli e degli antichi mestieri, come uno di quei luoghi limiti dove conta l’oggi, una parola che si prosciuga tra ieri e domani che si atrofizza alla fine o all’inizio dell’altro, detestando tutto il passato degli antichi mestieri scomparsi gettandoli via come un’inutile cartolina illustrata, invece Manuel Scorza scrive che per fissare l’oggi il passato può servire ancora perché un domani lo si può proporre come esempio d’ imitazione per l’avvenire.

“O’ LUPNARO”

Nell’ Ottocento, lo si ricorda un girovago scalzo e lacero, munito di un paniere ricolmo di lupini e di una lucerna per affrontare la notte. Con il tempo si munì di un carretto su cui esponeva in ampie tinozze: lupini, olive, capperi, peperoni sotto aceto e un lume a petrolio che rischiarava i suoi passi: il suo invito classico “uaglio è teng salate e vien a pruà e salatiell”, il sabato sera con voce ironica richiamava i giocatori del lotto, che magari erano stati delusi dall’estrazione, “facitv passa a collr”.

 

“O’ STRACCINO”

Questo personaggio veniva associato ai sapunari, i quali offrivano sapone di piazza, piatti e zuppiere, lui invece non barattava ma vendeva Sacchi iuta usati nelle botteghe per contenere la farina, legumi, pasta: utilizzati anche dalle casalinghe come strofinacci per pulire i pavimenti e da queste definite “mappine” e il termine “mappine” diventò sinonimo di mala femmena.

Già dal primo mattino nei vicoli di Napoli gridava “ne putit fa e mappin 4 sord o sacc” Oscar Corona, cita la sveglia replica di una popolana: “damm na bella mappine comm a sort”.

“O’ SURBETTAR”

Gelataio ambulante specialista in sorbetti, avanzava nella calura estiva con un secchio da pozzo per lavare i bicchieri, un recipiente di legno con la neve per raffreddare la pasta aromatizzata, nel primo Ottocento i più fortunati si concedevano un carretto.

Il classico grido dei venditori di sorbetto “provl sta bella sorbett ij sultant teng a ricett”. Prima dell’epidemia del Covid, girava per Caivano un uomo di mezza età con un carrettino, vendeva sorbetti.

Un giorno lo vidi discutere animatamente con i vigili, i quali gli avevano chiesto la licenza e lui di risposta disse: “comanda’ teng doij qual vulit chel ra quinta elementare o chel ra terza media”, il fatto terminò a risate.

Tempo dopo lo rincontrai e gli domandai di dov’era e come si chiamava, con mia sorpresa disse:

”Don Gaeta ij v cunosc vuij sit chi ca a scritt a staij e Caivan, mi chiamo Salvatore Caiazzo, abito nei pressi di casa vostra sono natio di Casavatore, faccio il barista da quand’ero piccolo, nel 2000 mi spostai a Caivano per lavoro: 150mila lire a settimana che comprese i regali dei clienti, che mi permettevano di pagare il pigione e le spese giornaliere. Pian piano, avendo i figli a scuola cominciai ad andare in difficoltà economica, un giorno in un mercatino di roba vecchia vidi un carrettino a pedali, mi ricordai di mio nonno che con uno identico aveva supportato le spese di una numerosa famiglia vendendo i sorbetti, detto, fatto: lo comprai! Lo rimisi a nuovo e in estate incominciai a vendere sorbetti”. 

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1 COMMENT

  1. Bravissimo, davvero molto
    interessanti i tuoi articoli.
    Ci riportano ad una Napoli, che purtroppo non esiste più !!

    Complimenti tanti Gaetano.

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