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Il Santuario di Campiglione: la chiesa, il convento, devoti illustri, Padre Elia Colucci

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Successivamente al Miracolo della Madonna di Campiglione, ben noto a tutti, di cui abbiamo precedentemente parlato, crebbe tanto la devozione del popolo per la sacra immagine che, come riferisce lo Scherillo: “Fu uopo allargare il recinto del Santuario, ciò che fu fatto, edificando in quel luogo, dopo uno spazioso atrio scoperto, un capace tempio, che rinchiudesse sotto la sua volta l’antica chiesina. Con la Chiesa veniva edificato al suo lato sinistro anche un fabbricato di alquante stanze da abitare, che nel 1559 fu dato a Padri Domenicani che ridottolo alla forma di piccolo cenobio, vi si tennero fino a quando vi furono soppressi, cioè fino al 1809”. 

Anche il Lanna ci dà testimonianza della nascita del convento, e riporta quanto detto da De Nigris frate domenicano di Benevento, vissuto lì per qualche tempo fino al 1725: “Il nostro reverendo maestro Ambrogio Salvio di Bagnolo cercò all’ Università di Caivano (il municipio dell’epoca) quel santo luogo, per ridurlo in forma di convento, ove furono mandati alcuni religiosi, divoti di quella santa immagine, affinché di giorno e di notte officiassero ad onore di Dio e a gloria della Beatissima Vergine”.

Gioacchino Murat

Nel 1809 con un decreto del re Gioacchino Murat furono soppressi gli ordini religiosi ed incamerati dallo Stato i loro beni. Si attuò anche nel Regno di Napoli, la politica napoleonica (Murat era cognato di Napoleone) che mirava sia ad appropriarsi dei ricchi cespiti della Chiesa, sia a ridurne l’influenza politica.

Dopo la soppressione, i Domenicani, di fatto espulsi dal convento, vi rimasero ancora alcuni anni a custodia del Santuario, perché con un altro decreto veniva stabilito che la Chiesa dovesse essere aperta al culto e alla devozione dei fedeli e che il monastero annesso venisse concesso al comune, per essere adibito all’uso che questo ne volesse fare.

La sagrestia del santuario

Durante tutto il secolo XIX, sia la Chiesa che il convento, subirono alterne vicende: un periodo di grande splendore si registrò nella prima metà del secolo, quando dal 1824 al 1848 fu rettore della Chiesa, il sacerdote Don Filippo Pepe che il Lanna così descrive: ”Di famiglia distintissima di Caivano, spese ingenti somme di danaro e, senza domandare sussidi al municipio, con le sole oblazioni dei devoti e più col proprio danaro, allungò quasi di un terzo la chiesa, l’arricchì di una bella sagrestia, commissionò all’artista Giovanni Favorito la costruzione dell’organo che riuscì armonioso e questo collocò sulle porte della Chiesa. Per lui prese grande sviluppo nelle limitrofe città la divozione di Maria Santissima di Campiglione.”

L’organo del santuario

Nella seconda metà del secolo, invece, le turbolente vicende storiche che portarono alla fine del Regno di Napoli e le continue liti tra il Comune di Caivano e il Vescovo di Aversa determinarono un generale decadimento sia della Chiesa che del convento.

La lettura degli atti del contenzioso portato davanti alla Sacra Congregazione di Roma, perché sia il comune che il vescovo rivendicavano per primi la nomina del rettore del convento, mi ha riportato alla mente la lotta per le investiture tra Papato e Impero, di medioevale memoria.

Il Lanna riporta, infine, che il Vescovo di Aversa a lui contemporaneo, Monsignor Vento, nel 1901 comprò dal municipio di Caivano il conventino mezzo cadente e lo donò ai Padri Carmelitani commentando di conseguenza che doveva intendersi consegnata a loro anche la Chiesa di Santa Maria di Campiglione ”in perfetto abbandono, non degna del Santuario, nuda e non decente.”

In questo modo si troncava ogni contenzioso tra comune e Diocesi, ed iniziava la moderna gestione della Chiesa da parte dei Carmelitani.

VISITA DI DEVOTI ILLUSTRI

Cardinale Innico Caracciolo

Il Lanna ci riferisce che nel corso dei secoli il Santuario fu meta continua non solo di umili devoti ma anche di personaggi illustri, fra cui spiccò, secondo il De Nigris, il Principe Cardinale, Vescovo di Aversa, Innico Caracciolo, che, “oltre a celebrare con devozione all’altare della Vergine, pregava per più ore dinanzi all’immagine della Madonna, genuflesso e con la faccia a terra”.

Lo stesso De Nigris attesta che l’eminente Cardinale Fra Vincenzo Orsini, Arcivescovo di Benevento, poi Papa con il nome di Benedetto XIII, venuto a visitare la sacra immagine “salì sopra l’altare, pose la mano dietro la testa staccata e, colmo di stupore e lagrime di tenerezza, calò”.

Papa Benedetto XIII

Scherillo racconta della visita fatta alla Vergine di Campiglione del Re di Napoli Ferdinando II nel 1852 con un esercito di 30mila uomini: “accompagnato dal figlio, il futuro Francesco II si recò a piedi nella Chiesa e si prostrò in ginocchio davanti all’icona della Madonna”.

Il Lanna, a sua volta, riferisce che dopo “questa prima visita re Ferdinando tornò altre due volte, conducendo seco anche la Regina e i figli, l’ultimo dei quali era piccolo e che egli prendeva tra le braccia per fargli vedere la miracolosa immagine”.

Sempre secondo il Lanna, la moltitudine dei miracoli operati dalla Madonna e l’affluenza sempre crescente dei fedeli resero tanto celebre questo Santuario che il Capitolo Vaticano con un decreto pontificio del 1805 stabilì che la venerata immagine della Madonna fosse decorata con la corona d’oro, che di solito, si accordava alle immagini più prodigiose.

Ferdinando II e Francesco II di Borbone

In tale occasione si fecero delle feste che, secondo il Lanna, erano ancora ricordate dalla tradizione popolare. Queste feste furono però di molto superate da quelle che si celebrarono nel 1883, nel quarto centenario del Miracolo.

Corona Madonna di Campiglione

Il Lanna, che era capo della commissione della festa, scrive testualmente: “In questa circostanza, si conobbe più chiaramente quanta sia la pietà dei Caivanesi e la devozione ancora della città di Napoli e dei vicini casali per la nostra prodigiosa immagine. Le oblazioni dei fedeli superarono le ventimila lire, (cifra enorme per quell’epoca) che furono spese per il parato della chiesa, luminarie per tutte le strade della città, musiche a grande orchestra per tutte le domeniche del mese, oratori della domenica e ottavario, ripetuti fuochi artifiziali e svariati divertimenti al popolo”.

PADRE ELIA COLUCCI

La foto di Padre Elia con la sua famiglia, custodita da Francesca Falco

Padre Elia Colucci, carmelitano, Priore del convento di Campiglione, e, per un periodo anche Padre Provinciale dell’Ordine, fu una figura molto significativa per i devoti di Caivano.

Personalmente ne ho un vago ricordo, ma mia nonna e le mie zie lo veneravano e mi hanno lasciato una sua foto con i parenti, persone molto distinte, pregandomi di custodirla gelosamente.

Leggendo i Promessi Sposi e andando con i ricordi al racconto dei miei familiari, mi è venuto naturale avvicinare il nostro Carmelitano al Fra Cristoforo manzoniano.

Padre Elia, originario della Puglia, ha lasciato un’impronta indelebile nel Santuario, ove soggiornò alcuni decenni nella prima metà del secolo scorso, fino al 1954, anno della sua morte, con una breve interruzione durante il periodo bellico, (1940-45) in cui esercitò il suo ministero a Malta.

Il dipinto del miracolo

Nel corso degli anni Venti e Trenta del 1900, quando la volta della Chiesa fu squassata da una profonda lesione, che comportò la perdita di gran parte degli affreschi ivi esistenti, padre Elia ne ordinò i lavori di riparazione e, per realizzare la ricca decorazione pittorica che connota l’attuale interno del Santuario, chiamò l’artista Arnaldo De Lisio.

Costui era un pittore molisano, uno dei migliori decoratori del tempo, e tra il 1936 e il 1937, in cui operò a Caivano, realizzò il dipinto più significativo: la scena del Miracolo di Campiglione nella volta della Chiesa.

Il dipito di Padre Elia ad opera di De lisio

Secondo quanto si tramanda, De Lisio non volle alcun compenso per la sua opera e, affascinato dalla figura di padre Elia, ne realizzò un ritratto, attualmente collocato nel corridoio attiguo alla chiesa.

Padre Elia è ancora ricordato con tanto rispetto e devozione tra i fedeli più anziani perché portatore di pace e di serenità nelle famiglie. Ricordo, a tale proposito, la metafora del Sole e della Luna, tramandatami da mia nonna, con cui il saggio frate indicava suocera e nuora, per dire dell’importanza e della specificità di entrambe queste due figure, in un tempo in cui era opinione comune che le nuore dovessero essere sottoposte alle suocere.

L’ AFFRESCO DELL’ ARA PACIS

Il dipinto dell’Ara Pacis

Tra gli affreschi realizzati in quel periodo mi piace segnalare quello di Roberto Carignani  “La Madonna di Campiglione soccorre un soldato di Caivano”, perché sono depositaria di una testimonianza diretta di Don Giuseppe Vitale, parroco di Sant’Antonio ai Cappuccini dalla fine degli Anni Quaranta al 1972 del secolo scorso.

Sin da piccola ho militato nelle file dell’Azione Cattolica nella parrocchia di Sant’Antonio ed ogni domenica pomeriggio partecipavo con le altre ragazze all’adunanza in Chiesa, in cui il parroco ci teneva corsi di formazione religiosa.

Don Peppe Vitale (nella prima foto cappellano militare)

Ricordo che una volta, in occasione della Festa di Campiglione, il parroco ci parlò di un episodio che lo aveva molto colpito e di cui manteneva vivo il ricordo: giovane sacerdote, cappellano militare durante la guerra del 15-18, portava la benedizione ai morti e il conforto della fede ai soldati che marcivano nelle fredde ed umide trincee del Carso; non conosceva la provenienza degli Italiani al fronte, ma, in un momento di particolare pericolo per un attacco nemico, sentì invocare a voce alta e straziante la Madonna di Campiglione; provò grande commozione e capì con quanta devozione e fiducia i soldati di Caivano invocavano la loro protettrice. Quando vedo, perciò, l’affresco del Carignani, non posso non pensare alla commossa testimonianza di Don Peppe Vitale.

CONCLUSIONI

Ultimo discorso pubblico di Peppe Crispino ai cittadini di Caivano, 12 giugno 1994

In occasione della Festa della Madonna di Campiglione, ancora sentita da molti cittadini di Caivano, con grande umiltà ho inteso offrire il mio contributo per riportare alla memoria eventi storici e testimonianze di fede e devozione della nostra terra, dai primi secoli fino ai giorni nostri, onde suscitare motivi di riflessione e indurre uno scatto di orgoglio nella nostra comunità sfiduciata e depressa, perché: “Abbiamo bisogno tutti di riscoprire la nobiltà delle nostre origini, per rendere più solide le radici della democrazia, perché possa prevalere quel senso di equilibrio, perché possa rinascere il gusto della partecipazione”.

(Dall’ultimo discorso di Peppe Crispino ai cittadini di Caivano, 12 giugno 1994)

 

 

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