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Gli antichi mestieri scomparsi: E’ lavannare, O’ lampiunaro, O’ pulizza scarpe

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Nella rubrica degli antichi mestieri scomparsi, Gaetano Di Mauro oggi parla delle lavandaie (E’ lavannare), il lampionaro (O’ lampiunaro) e il lustra scarpe (O’ pulizza scarpe)

E’ lavannare

‘E lavannare’ le più richieste a Napoli erano quelle delle zone alte, ogni lunedì scendevano dal Vomero, da Antigniano dall’Arenella. Quella più povera munita di un’ampia sporta, quella fortunata accompagnata da un asino. La biancheria raccolta casa per casa “la mappata“ veniva insaponata, lavata in una tinozza e restituita candida e profumata il venerdì. Alcune lavannare lavoravano per una maestra, che le riuniva in una specie di cooperativa: altre operavano a domicilio alla giornata, e venivano dette “ giornaliste”.

Le lavannare tradizionalmente erano bellissime e tutte adoratrici del sole , ricordate l’antichissimo canto? “ jesc sole jesc sole ‘ nun ce fachiu suspirà “ un esempio di rima sospirosa in una vecchia canzonetta: “ lavannarella mia si bella nfra le belle ‘ tu si tra le nennelle ‘ no sciore de bontà “ più carnale l’ispirazione di Raffaele Viviani in “ lavannarè”; “sti bracc dint’ a scumm d’ò ssapone me fanno cunsumà  d’à passione “ l’opera della lavandaia veniva completata dalle stiratrice , specialista in camicie da uomo , due versi di Ferdinando Russo: “ vicina a casa mia, ngopp’ a nfrascat , tre ffigliolr faticn a stirà “

                                  

O’ lampiunaro

Il mestiere del lampionaro si estinse con l’arrivo dell’elettricità in quanto il suo compito era accendere le lanterne al tramonto e spegnerle all’alba. Girando avanti e indietro per i vicoletti  lui assegnati, conosceva vita, morte e miracoli di tutti.

Una volta un lampionaro raccontò di essere diventato a sua insaputa l’investigatore delle “ corna “ perché a cadenza veniva assoldato da quelli che, per ragione di lavoro, erano costretti a stare fuori casa tutta la notte, le scoperte furono così tante al punto da far decidere all’uomo di non sposarsi perché anche lui era costretto a stare fuori tutta la notte.

Ferdinando Russo gli dedicò questi pochi versi “pass ca mazza nguoll ò lampiunaro e stute e lampiun“ ci sono svariati detti he ricordano questa figura, uno in particolare lo si può sentire ancora nei vicoli della Napoli antica, per apostrofare un umo senza valore: “si l’undm lapion e Fuorerotta“ perché secondo l’elaborata tesi di Francesco D’Avoli ,la massima avrebbe origine dal numero 6666 che contraddistingueva appunto l’ultimo fanale di Fuorigrotta: quattro volte 6, e il numero 6 nella smorfia indica, oltre al sesso femminile, lo stolto e il babbeo.

                                        

 O’ pulizza scarpe

La tradizione dice che la data della nascita del mestiere è il 1806 ,quando un facchino lucidò gli stivali ad un generale francese. Li fece così lucidi che venne ricompensato con una moneta d’oro. La leggenda racconta che in seguito venne ammesso a corte per insegnare la sua arte al re di Napoli: alla fine dell’ottocento erano diventati così noti che la maggior parte degli stranieri in visita a Napoli si sottoponeva tutti i giorni la pulitura degli stivali.

Nel 1950 i lustra-scarpe a Napoli erano ancora più di mille, ma pian piano svanirono uno dopo l’altro perché sostituiti da prodotti pratici ed efficienti: nel 1980 ne rimaneva solo qualcuno, girovago e nostalgico, mentre uno sparuto numero riunito in cooperativa lavorava in un localino sotto i portici della galleria di fronte al Teatro San Carlo.

Uno dei più noti era di Caivano era stato adottato da una coppia senza figli: lo chiamavano Pascalin sett e ott perché nell’arco della giornata se gli domandavi quante puliture avesse compiuto rispondeva ripetutamente “ sett e ott “. Già dal primo mattino partiva con il tram da Caivano e si posizionava ai lati dell’Upim, il primo supermercato aperto a Napoli,  sotto un palazzone della Maddalena alle spalle della statua di Garibaldi: era conosciuto come un’enciclopedia vivente; basta che gli nominavi il cognome di una famiglia e lui in un attimo ti indicava la strada, il palazzo e il piano dell’interessato, morì 80enne a metà degli anni settanta solo e poverissimo.

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