“Scrivi bene”: una minaccia o un invito a fare meglio?

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Ci è arrivato un consiglio. Breve. Essenziale. Di quelli che sembrano racchiudere una grande verità.

«Scrivete bene.»

È un suggerimento che accogliamo con sincera gratitudine. Perché, in fondo, è esattamente quello che proviamo a fare ogni giorno.

Resta soltanto un piccolo dubbio: cosa significa, davvero, scrivere bene?

Se lo chiedessimo a un insegnante di italiano, probabilmente ci parlerebbe di grammatica, sintassi, punteggiatura. Se lo chiedessimo a un editore, ci parlerebbe di chiarezza, precisione, rispetto dei fatti. Se lo chiedessimo a un giornalista, la risposta sarebbe ancora più semplice: scrivere bene significa raccontare la realtà, verificare le informazioni, porre domande, ascoltare tutte le parti e non rinunciare mai al dovere di esercitare il senso critico.

Ma c’è anche un’altra definizione. Più sottile. Meno accademica. Più politica.

Secondo questa particolare scuola di pensiero, scrivere bene significa soprattutto sapere di chi scrivere. O meglio, di chi è meglio non scrivere.

Significa scegliere con attenzione gli argomenti, evitare quelli che disturbano, limare gli spigoli, addolcire i toni, trasformare le domande in complimenti e le critiche in silenzi.

È una forma di scrittura molto diffusa nella storia. Non ha mai prodotto grande giornalismo, ma ha sempre garantito sonni tranquilli a chi deteneva il potere.

Quel potere che, quasi mai ama essere raccontato. Preferisce essere narrato. C’è una differenza enorme: chi racconta osserva, chi narra per compiacere abbellisce.

George Orwell osservava che «il giornalismo è pubblicare ciò che qualcuno non vuole venga pubblicato. Tutto il resto sono pubbliche relazioni». È una frase abusata, forse, ma continua a conservare una straordinaria attualità. Perché il punto non è scrivere contro qualcuno. Il punto è scrivere anche quando qualcuno preferirebbe che non lo facessi.

Del resto, il potere ha sempre avuto un rapporto complicato con chi racconta i fatti. Cambiano le epoche, cambiano i protagonisti, cambiano perfino i mezzi di comunicazione. Resta sorprendentemente identica la tentazione di spostare l’attenzione dal contenuto al contenitore.

Non si discute più della domanda posta. Si discute di chi l’ha posta.

Non si risponde alle osservazioni. Si mette sotto processo l’osservatore. Si delegittima l’autore. È un’antica strategia retorica, tanto efficace quanto rassicurante.

È una tecnica antica quanto il mondo. Più facile contestare il messaggero che confrontarsi con il messaggio. Del resto è più semplice discutere del dito che indica la luna piuttosto che della luna.

Anche Alessandro Manzoni lo aveva intuito. Nei Promessi Sposi, Don Abbondio non è il simbolo della cattiveria. È il simbolo della paura. È l’uomo che considera la tranquillità un valore superiore alla verità. Simbolo di quella prudenza che, poco alla volta, smette di essere virtù e diventa rinuncia. «Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare», dice. Ed è probabilmente una delle frasi più sincere della letteratura italiana. Ma il giornalismo non può permettersi di trasformare quella rassegnazione in un metodo di lavoro.

Ci sarebbe poi un’altra favola di Andersen, quella del re nudo. Tutti vedono, nessuno parla. Finché un bambino rompe il silenzio. Da secoli ricordiamo quella storia perché il problema non era il bambino che parlava. Era il re che fingeva di essere vestito.

In democrazia dovrebbe funzionare allo stesso modo. Le istituzioni non dovrebbero temere le domande. Dovrebbero temere, semmai, il giorno in cui nessuno le farà più.

Naturalmente i giornalisti sbagliano. Possono commettere errori, interpretare male un dato, utilizzare un’espressione infelice. Quando accade, esistono strumenti precisi: la rettifica, il diritto di replica, il confronto pubblico. Sono conquiste di civiltà, non fastidi da sopportare.

Diverso è quando la risposta a un articolo non riguarda ciò che è stato scritto, ma il fatto stesso che sia stato scritto. Quando l’obiezione non è «hai sbagliato un dato», ma «scrivi sempre di questo». Quando il problema non è l’argomento, ma chi osa affrontarlo.

Allora quel «scrivete bene» smette di essere un consiglio linguistico e diventa una curiosa CATEGORIA POLITICA.

Noi continueremo a prenderlo sul serio.

Continueremo a scrivere bene, nel senso più rigoroso del termine. Verificando documenti. Citando fonti. Ponendo domande. Pubblicando le risposte quando arrivano. E raccontando anche ciò che può risultare scomodo, purché sia vero, documentato e di interesse pubblico.

Perché il compito del giornalismo non è tranquillizzare il potere, ma consentire ai cittadini di comprenderlo, valutarlo e, se necessario, criticarlo.

Quanto al resto, preferiamo lasciare che siano i lettori a giudicare se scriviamo bene.

Esiste infatti una sola grammatica che riconosciamo: quella dei fatti.

Le altre, francamente, preferiamo lasciarle a chi considera il silenzio una forma di buona educazione.