Di fronte all’opinione pubblica e alla politica locale, raccontare la verità fa passare in un attimo da “orgoglio della comunità” a “nemico pubblico”. Ma il vero giornalismo non fa sconti a nessuno.
C’è un sottile confine, nelle periferie delle nostre città, su cui il cronista si trova a camminare ogni giorno. È una linea invisibile che separa il plauso dal disprezzo, l’elogio dall’isolamento.
Il meccanismo è quasi automatico, quasi banale nella sua ipocrisia. Quando il giornalista di territorio racconta l’associazione che recupera un bene confiscato, la festa di quartiere che funziona, o l’eccellenza che emerge dal degrado, la risposta della comunità e delle istituzioni locali è unanime: “Ecco il giornalismo che ci piace, quello che dà voce alle cose belle, che riscatta la nostra terra”. Il cronista diventa un amico della città, un paladino, un motivo d’orgoglio.
Poi, però, le cose cambiano.
Basta un secondo articolo. Basta puntare il faro su quella piazza di spaccio mai smantellata, su quell’appalto pubblico sospetto, sul degrado sistematico che la politica preferisce nascondere sotto il tappeto. Ed è lì che la narrazione si ribalta spietatamente.
Da “amico della città”, il cronista diventa improvvisamente un “nemico della patria locale”.
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La politica lo accusa di fare sciacallaggio, di gettare fango sull’amministrazione per fini oscuri.
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Una parte della popolazione civile — ferita nell’orgoglio o assuefatta al silenzio — lo addita come chi “parla sempre male del nostro paese”, come se denunciare il male equivalesse ad averlo inventato.
Il giornalista di periferia si ritrova così schiacciato in una morsa: sotto attacco da una parte della politica che vuole mantenere il consenso e da una fetta di cittadinanza che preferisce l’illusione di una calma apparente alla scomoda realtà dei fatti.
Il “giornalista-giornalista” non fa il tifo.
“Ci sono i giornalisti-giornalisti e i giornalisti-impiegati.”
— Giancarlo Siani
La lezione di Giancarlo Siani — che la periferia e i suoi veleni li ha raccontati fino all’estremo sacrificio — è oggi più attuale che mai. Il “giornalista-giornalista” non è un impiegato dell’ufficio stampa del comune, né un tifoso della propria città.
Il vero cronista guarda la realtà con la laicità e il rigore di Enzo Biagi: racconta ciò che vede, senza guardare in faccia a nessuno. Non scrive per compiacere il sindaco di turno né per rassicurare i propri vicini di casa. Scrive per informare.
Quello che la politica locale e la cittadinanza dovrebbero finalmente comprendere è un paradosso fondamentale: chi denuncia le malefatte di un territorio non lo sta tradendo, lo sta difendendo.
Raccontare ciò che non va non significa essere nemici della propria terra. Al contrario, è l’atto d’amore più alto che un cronista possa compiere verso la propria comunità. L’omertà, la propaganda e il silenzio di comodo mantengono le periferie nell’ombra; la luce del giornalismo d’inchiesta, per quanto sgradita e fastidiosa, è l’unico vero presupposto per il cambiamento.
Il cronista di periferia non è un amico quando loda, né un nemico quando denuncia. È semplicemente un testimone. E finché ci saranno storie da raccontare e verità da svelare, il suo posto sarà sempre lì: in strada, a fare il suo mestiere. Senza paura di scontentare nessuno.



