La madre: fonte ispiratrice della poesia di Dante, Ungaretti e Neruda

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Dopo aver trattato, nello scritto precedente, dell’origine della Festa della Mamma, mi piace presentare ora il tema della madre come fonte d’ispirazione per i poeti di ogni tempo e di ogni luogo.

Poiché sarebbe troppo lungo enumerarli tutti, ci fermeremo su quelli che riteniamo più significativi:

Dante, Ungaretti e Neruda 

Dante Alighieri 

Saranno pertanto presentati i loro versi, con un agile commento e con note volte a spiegarne anche la genesi.

I versi più belli mai scritti e dedicati ad una madre, che è la mamma di tutti per eccellenza, la Vergine Maria, sono quelli di Dante (Paradiso, Canto XXXIII, versi 1-39).

Il poeta, purificatosi ormai dopo il suo viaggio ultraterreno attraverso l’Inferno, il Purgatorio, il Paradiso, è pronto ad affrontare la tappa finale: levarsi con gli occhi “più in alto verso l’ultima salute”.

Ha bisogno, perciò, di qualcuno che interceda presso l’Altissimo, perché gli sia concesso di penetrare i misteri dell’universo pur essendo in possesso del corpo mortale. È qui che s’inserisce mirabilmente la preghiera, che, a tale scopo, San Bernardo rivolge alla Vergine Maria:

 

“Vergine madre, figlia del tuo Figlio,

 

Umile ed alta più che creatura,

 

Termine fisso d’eterno consiglio.

 

Tu se’ colei che l’umana natura

 

Nobilitasti sì, che il suo Fattore

 

Non disdegnò di farsi sua fattura”.

 

Sono queste le prime due terzine del Canto XXXIII del Paradiso, che tante volte abbiamo sentito declamare dal Benigni.

La preghiera di San Bernardo alla Vergine è un canto liturgico, che traduce le parole sacre in una solenne e profonda armonia. Il poeta s’ispira a concetti teologici e mistici e ne ricava versi bellissimi ed armoniosi, che vanno dalla suprema lode di grandezza e di misericordia della Vergine alla sollecitazione per Dante pellegrino, piena di impeto e di amore per tutta l’umanità.

Qui la Vergine Maria assurge a fonte di carità, di speranza, di benignità e di misericordia per tutti i mortali

 

 

“Qui se’ a noi meridiana face

di caritate, e giuso, intra ’ mortali,

se’ di speranza fontana vivace”.

(Paradiso, canto XXXIII, versi 10-13)

 

“In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s’aduna

quantunque in creatura è di bontate”.

(Paradiso, Canto XXXIII, versi 19-21)

 

Giuseppe Ungaretti

Il rapporto con la madre è un tema chiave anche della poesia novecentesca, sia italiana che straniera. Molto belli sono i versi che il poeta Ungaretti compone su questo tema nella poesia “La Madre”

 

“E il cuore quando d’un ultimo battito

avrà fatto cadere il muro d’ombra

per condurmi, Madre, sino al Signore,

come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,

Sarai una statua davanti all’eterno,

come già ti vedeva

quando eri ancora in vita.

 

Alzerai tremante le vecchie braccia,

come quando spirasti

dicendo: Mio Dio, eccomi.

 

E solo quando m’avrà perdonato,

ti verrà desiderio di guardarmi.

 

Ricorderai d’avermi atteso tanto,

e avrai negli occhi un rapido sospiro”.

 

Scritto dopo la morte della madre, inserito nella raccolta “Sentimenti del tempo”, il componimento è del 1930 e affronta il tema della celebrazione-rievocazione in chiave fortemente religiosa. Belle ed indimenticabili sono queste due immagini: della madre, penetrata da un dolore profondo, e del figlio, che soffre ancora della prima separazione e rievoca un passato felice, quando la madre era la sua guida e lo teneva per mano. Contemporaneamente, però, la madre, rievocata, conserva nell’aldilà l’atteggiamento rigoroso e severo, che, nel ricordo del poeta, ella aveva in vita; lo condurrà per mano ancora una volta, ma di fronte a Dio, e sarà decisa e ferma come una statua nella preghiera, ma tremante nell’implorazione.

Pablo Neruda

Pablo Neurda, con la moglie e la madre

Tanti poeti italiani e stranieri hanno scritto versi teneri ed affettuosi per la madre, perché questo sentimento travalica il tempo e lo spazio e accomuna tutti gli esseri viventi di qualsiasi latitudine.

Mi piace perciò soffermarmi qui sul poeta Pablo Neruda, Premio Nobel della Letteratura nel 1971, immortalato nel bellissimo film “Il Postino” con Massimo Troisi e che fu definito da Gabriel Garcia Marquez il più grande poeta del XX secolo.

Il piccolo Neruda, alto poco più di un metro, passava le giornate trotterellando per le campagne alle falde delle Ande, rientrava a casa al tramonto, e a sera si dedicava alla lettura di Salgari e alle avventure di Sandokan.

Un giorno, pervaso da un’insolita emozione, si trovò a scrivere alcune poesie su di uno straccio di carta: parole semplici, ma diverse da quelle che usava abitualmente, parole che parlavano della sua dolce “Mamadre”.

Eccitato, esibì tutto ai suoi genitori; il padre lesse il foglio e glielo restituì frettolosamente, chiedendo dove avesse copiato quelle parole. Quelle parole furono la prima poesia di colui che diventerà poi Pablo Neruda, scritta non per la mamma biologica, morta poco dopo il parto, lasciando al figlio il dono della poesia, ma per la matrigna Trinidad, che per lui non sarà mai la matrigna “non avrei mai potuto dire matrigna”.

Nel “Memorial de Isla Negra”, la raccolta più alta delle poesie di Neruda, la figura della madre adottiva compare e ricompare, fino a diventare protagonista assoluta di un vero canto d’amore, in cui il poeta la definisce “l’angelo della mia infanzia”.

“La Mamadre, eccola che arriva

con zoccoli di legno. Ieri notte

soffiò il vento del polo, si sfondarono

i tetti, crollarono

i muri e i ponti,

l’intera notte ringhiò con i suoi puma,

ed ora, nel mattino

del sole freddo, arriva

la mia Mamadre, signora

Trinidad Marverde,

dolce come la timida freschezza

del sole delle terre tempestose,

lanternina

minuta che si spegne

e si riaccende

perché tutti distinguano il sentiero.

 

Oh, dolce Mamadre

– mai avrei potuto

dire matrigna –

ora

la mia bocca trema a definirti,

perché appena

fui in grado di capire

vidi la bontà vestita di miseri stracci scuri,

la santità più utile:

quella dell’acqua e della farina,

e questo fosti: la vita ti fece pane

e lì ti consumammo

nei lunghi inverni desolati

con la pioggia che grondava

dentro la casa

e la tua ubiqua umiltà

sgranava

l’aspro

cereale della miseria

come se andasse

spartendo

un fiume di diamanti.

 

Ahi, mamma, come avrei potuto

vivere senza ricordarti

ad ogni mio istante?

Non è possibile. Io porto

il tuo Marverde nel mio sangue,

il cognome

di quelle

dolci mani

che ritagliarono da un sacco di farina

le braghette della mia infanzia,

colei che cucinò, stirò, lavò,

seminò, calmò la febbre,

e, quando ebbe fatto tutto

ed io ormai potevo

reggermi saldamente sulle mie gambe,

si ritirò, cortese, schiva,

nella piccola bara

dove per la prima volta se ne rimase oziosa

sotto la dura pioggia di Temuco”.

La poesia è una commossa e affettuosa rievocazione della madre morta, via via ricordata in piccoli gesti, attimi memorabili della storia privata dell’autore. Il tono è colloquiale e dimesso, ma la madre appare in tutta la sua grandezza: lotta contro la tempesta e illumina il sentiero; in lei c’è bontà, santità, umiltà. Quanta somiglianza con i versi di Dante!

Commovente è anche l’immagine della donna che ritaglia da un sacco i pantaloncini per il figlio, cuce, lava, stira, semina, calma la febbre; una sequela di gesti devoti che si concludono con l’immobilità di quella piccola bara, dove per la prima volta quella donna, eroica nella sua quotidianità di madre, se ne rimase oziosa “sotto la dura pioggia di Temuco”.

Una poesia piena di amore filiale che ci ricorda che le madri non sono solo quelle biologiche e che l’amore non conosce vincoli, né di sangue, né di parentela.

Mi piace concludere affermando che il sentimento materno è connaturato nella donna e si manifesta sin dall’infanzia: a tal proposito ricordo che nella metà degli anni cinquanta quando non c’erano né telefonini, né smartphone, il giocattolo più bello per noi bambine era la bambola, che noi cullavamo e accudivamo con tanto amore.

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