Si all’ascolto. No al manganello nella scuola!

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Con il diffondersi della protesta dei giovani contro l’attuale organizzazione della scuola, e il mancato ascolto delle ragioni della protesta che riduce la scuola a anticipazione di contratto di apprendistato non pagato, sento il dovere di tornare sull’argomento, anche se di recente ho già espresso il mio pensiero.

Seneca nel passato aveva già individuato il danno derivante da una scarsa condivisione dei fini  della  scuola  con il famoso aforisma secondo cui ”non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare”.

E non basta nemmeno ritenere che la frequenza scolastica da sola serve a conquistare il sapere senza il sudore della fronte, ma di quale scuola? 

Quella di adesso che tanta protesta sta incontrando nei giovani studenti o quella del ventennio fascista che aggravava le distanze tra le classi sociali?

Ictu oculi entrambe sembrano lontane dagli interessi dei giovani e insieme insufficienti a produrre pace sociale e sviluppo produttivo. Per cui non basta definire classista la scuola della riforma Gentile e democratica quella prevista da  L. Berlinguer. Per cui si rende necessario specificare i compiti della scuola del passato prossimo e meglio conoscere quella voluta dal movimento progressista che purtroppo non ha sortito effetti positivi.

E’ cosa nota che Gentile era esponente del governo fascista per cui è facile sostenere l’ovvia considerazione che la sua scuola fosse stata progettata ed attuata a vantaggio della classe dominante. Più articolata è invece la costatazione che, essendo tale scuola il prodotto dell’idealismo di Croce e Gentile, non poteva non avere come scopo la realizzazione, hegelianamente inteso, del compito etico dello stato incarnato e rappresentato dal popolo nel suo insieme. Insomma la scuola doveva incarnare e perseguire il compito ed il fine dello stato  etico che si doveva realizzare grazie al popolo italiano che essendo portatore dei valori del mondo romano ne doveva perpetuare il primato nel mondo.

Da qui una scuola per le élites e una, secondaria e subalterna, con  percorsi finalizzati a formare lavoratori non destinati alla guida dello stato. Per essi  dopo la scuola elementare c’era quella di avviamento e successivamente di formazione professionale triennale. Per quanti  invece erano destinati a diventare la classe dirigente c’era, prima la scuola media cui si accedeva previo superamento di apposito esame di ammissione e successivamente quella superiore formata dal liceo classico, come scelta privilegiata e quello scientifico o la scuola magistrale frequentata prevalente dalle giovani fasciste.

Tralasciando aspetti secondari sull’accesso e difficoltà crescenti a secondo del tipo di scuola che l’alunno sceglieva, l’indirizzo classico era quello più curato dal sistema. In esso si dovevano formare cittadini pronti a capire i compiti in cui avrebbero dovuto cimentarsi nel tempo e solo ad essi erano aperte tutte le facoltà dell’università. Insomma il liceo classico, che era la scuola per eccellenza, aveva il compito di formare i futuri dirigenti dello stato e ad esso erano destinate risorse e cure speciali.

In tale scuola primeggiava lo studio del latino, del greco e della filosofia e i professori godevano di privilegi e paghe adeguate, perché dovevano trasmettere  e permettere l’acquisizione di nozioni da acquisire  e  soprattutto di valori che meritavano di essere tutelati per la tutela della morale e salute pubblica. Con la fine del fascismo tutto questo entrò in crisi e sia pur lentamente, una pedagogia democratica si incaricò di mostrare le debolezze del passato grazie alla scuola descritta da Don Milani nella lettera ad una professoressa,  e dalla teorizzazione della grammatica della fantasia  da Rodari secondo la quale “il processo creativo è insito nelle natura dell’uomo” e non poteva essere limitato da disposizioni antiquate o superate dal nuovo che avanzava, ed infine  soprattutto ai moti studenteschi del 68 che sostanziarono la fine dell’autoritarismo scolastico e la richiesta forte di cambiamenti in senso democratico.  

Naturalmente tutto ciò significava per la scuola dover perseguire fini diversi dal passato. Non più lo stato al centro dei compiti della scuola,  ma la formazione degli allievi come fine e come mezzo. Insomma scimmiottando Tucidide nel discorso sua democrazia di Pericle: la scuola doveva avere il compito di permettere ad ogni allievo di crescere sviluppando una felice versatilità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione. Perciò doveva essere aperta al mondo senza dannose esclusioni, tagli o interventi che ne potessero negare la funzione.

Così con, L. Berlinguer è arrivata  la scuola dell’autonomia e della fine della scuola diretta dal ministero. Non più programmi ministeriali uguali per tutti, ma analisi dei bisogni formativi dei singoli alunni e indagini sulle necessità dei territori atti a favorire offerte formative atte a risolvere e non creare problemi. Riforma degna ti attenzione anche se per la prima volta si parla di riduzione degli anni di scuola a dodici al posto di tredici. Tutto sommato si poteva discutere su tale peccato ed accettare il resto.  

Purtroppo tutto questo dopo Berlinguer non si è realizzato. Ministri sono diventati personaggi come la Gelmini ed altri florilegi simili che della scuola stanno facendo uno scempio non prevedibile. Per  colmo di sfortuna in questi giorni si provvede a criminalizzare la giusta protesta dei giovani invece di coglierne lo spirito positivo e si rende necessario gridare a squarciagola No al manganello e Si all’ascolto se si vuole una scuola che favorisca la crescita della collettività invece di soffocarne i pochi aneliti di espressione positiva del pensiero.

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