Il tema della madre nell’arte, nel teatro e nel miracolo di Campiglione

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Dopo aver trattato nei due scritti precedenti della Festa della Mamma e della mamma come fonte d’ispirazione nella poesia, intendiamo concludere questa trilogia presentando la mamma come ispiratrice nell’arte: scultura, pittura, teatro. L’invocazione della mamma del condannato a morte, che col suo straziante appello alla Vergine di Campiglione ‘non mi parto se non mi fai la grazia’ salva l’incolpevole figlio dalla pena capitale, concluderà opportunamente queste mie note, che vogliono essere un omaggio a tutte le mamme. 

La Pietà di Michelangelo

Chi ha l’opportunità di entrare nella Basilica di San Pietro, in Vaticano, non può non restare affascinato dal gruppo scultoreo de “La Pietà”, collocato in una cappella laterale.

Realizzata da Michelangelo poco più che ventenne (1498-1499) in puro marmo bianco di Carrara, La Pietà è una delle maggiori opere d’arte che l’Occidente abbia mai prodotto e l’unica che riporta sulla fascia-tracolla che regge il manto della Vergine la firma dell’autore Michael Angelus Bonarotus Florentinus Faciebat.

Nel 1964 la Pietà venne prestata dalla Santa Sede alla New York World’s Fair (1964-65) e visitata da circa 27 milioni di persone, che fecero la fila per ore per intravedere la scultura da un nastro trasportatore in movimento. 

Dopo l’esposizione la statua tornò in Vaticano. 

Il 21 maggio del 1972 il geologo inglese Laszho Toth, entrato nella Basilica di San Pietro, si avventò contro la statua al grido ‘io sono il Cristo risorto da morte’, la colpì con 15 martellate e provocò la rottura del braccio sinistro, del naso, del velo e della palpebra sinistra della Madonna. 

La Pietà danneggiata

Grazie ad una copia dell’opera, conservata nella Basilica e risalente al 1930, fu possibile effettuare il delicato restauro e riportare al suo posto il gruppo scultoreo, protetto questa volta da un vetro a prova di proiettile.

Nella scultura, che rappresenta una giovane madre che regge sulle sue gambe con straordinaria naturalezza il corpo di Cristo, mollemente adagiato, le due figure sembrano fondersi in un momento di toccante intimità: fortemente espressivo il gesto della mano sinistra della mamma, che sembra invitare lo spettatore a meditare sulla rappresentazione dolente del figlio morto col corpo straziato e martoriato. 

 

Raffaello – La Madonna della Seggiola

Riprese nella pittura in tutte le epoche, le Madonne sono il simbolo dell’amore materno per eccellenza; le più belle, le più conosciute, ammirate e riprodotte nell’intera storia dell’arte occidentale sono, senza dubbio, le Madonne di Raffaello, che si caratterizzano per l’eleganza formale e la profonda serenità emanata. 

Raffaello realizzò circa 30 dipinti, il cui soggetto era la madre di Dio, ritratta col suo bambino, il tema più ricorrente delle sue opere, tanto da essere definito il “pittore delle Madonne”.

Una delle più belle Madonne raffaellesche è, senza dubbio, la Madonna della Seggiola, un dipinto ad olio su tela di 71 cm di diametro, conservato nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti a Firenze. 

Tale dipinto prende il nome dalla sedia su cui è seduta Maria, con in braccio il bambino, mentre entrambi hanno lo sguardo rivolto verso lo spettatore. E’ una scena intima e tenera; sembra di udire il dondolio della seggiola ed assistere alle coccole di una madre per il suo bambino; lo sguardo, la sedia, il panno a righe sulla testa della Madonna e lo scialle colorato che copre le sue spalle hanno, da sempre, colpito l’immaginazione popolare e degli studiosi. 

LA FORNARINA DI RAFFAELLO

Circa l’identificazione della donna dipinta ci sono diverse ipotesi: 

Secondo uno studioso tedesco dell’Ottocento sarebbe il ritratto della giovane figlia di un vinaio con il suo bambino, disegnata dal vero, da Raffaello; secondo altri si tratterebbe di una giovane contadina incontrata nel presidio di Velletri mentre cullava il suo bambino; secondo altri, ancora, sarebbe la trasposizione della Fornarina, la donna amata dal pittore.

In queste e in tutte le sue Madonne il grande pittore traduce il significato religioso in un ideale di bellezza e di perfezione assoluta, obiettivo di tutta la sua produzione artistica.

Filumena Marturano

Anche il teatro ci ha dato una delle più celebri figure di madri, Filumena Marturano di Eduardo De Filippo, una donna che è un concentrato di sentimento materno, energia femminile, astuzia napoletana e dura critica nei confronti di un problema che aveva direttamente segnato la vita dei De Filippo, quella di figli illegittimi.

A detta dello stesso autore, fonte di ispirazione fu una vicenda realmente accaduta: ‘Dalla notizia letta da un quotidiano trassi la vicenda ben più vasta e patetica di Filumena, la più cara delle mie creature’. 

Queste le testuali parole di Eduardo nel presentare il 7 novembre del 1946 al Politeama di Napoli il suo capolavoro, interpretato da Titina De Filippo, che a 48 anni corona così la sua carriera.

La ex prostituta Filumena, che, fingendosi in punto di morte, riesce a farsi sposare da Domenico Soriano dopo tanti anni di fedele e sottomessa convivenza, rappresenta l’ostinazione, la tenacia, la caparbietà, sorretta sempre dalla voglia di andare avanti, mai dimentica che ‘e figl so’ figl’.

Dalla rabbia per una vita che certamente non le ha sorriso e dall’amore sviscerato per i figli si sprigiona quella forza necessaria per continuare a lottare ‘senza mai aver versato una lacrima’.

Meravigliosa è quella invocazione alla ‘Maronn de’rose’, che suggerisce, o almeno così pare alla madre, di fa vivere il figlio che porta in grembo.

La donna afferma così, prepotentemente, la sua maternità contro ‘o’ munn con tutt ‘e legg e co tutt ‘e diritt”.

In questo monologo tutte le ragioni di Filumena si sciolgono in un vissuto di grandi suggestioni, di immagini forti, di sentimenti sofferti, di dolori comuni.

La Domenica del Corriere

Il 3 luglio del 1947 tutta la compagnia di Eduardo De Filippo venne ricevuto in visita privata da Papa Pio XII, che li intrattenne cordialmente poi chiese , a sorpresa, a Titina di recitargli la preghiera alla Vergine.

Rimasero tutti perplessi a quella richiesta e Titina sentì il bisogno di precisare: ‘Santità, non si tratta di vera preghiera, Fulimena Marturano è figura del popolo, ignorante, analfabeta; la sua non è una preghiera; si rivolge alla Madonna con confidenza, a tu per tu, con irruenza, come ad un persona viva’

‘ e non è questa la preghiera più bella?‘ rispose il Papa.

Titina allora recitò il toccante monologo; erano tutti commossi quel giorno.

La Domenica del Corriere dedicò una copertina a quell’avvenimento, unico nella storia del teatro.

La Madre, nel miracolo di Campiglione

Vera preghiera fu quella che la madre del condannato a morte rivolse alla Madonna di Campiglione nel 1483.

La donna, vedova, di umili origini, particolarmente devota, ogni giorno veniva a visitare la sacra immagine, le portava fiori e ne invocava la protezione.

Il dipinto del miracolo

Quando il suo unico figlio fu accusato ingiustamente di un delitto che non aveva mai commesso, affranta e disperata, animata da una fede cieca, si postrò davanti all’immagine della Vergine pronunciando le famose parole: ‘Non mi parto se non mi fai la grazia’.

Si narra che allora la sacra immagine staccò la testa dal muro; nello stesso momento un corriere del Re giunse sul luogo dell’impiccagione e fermò l’esecuzione capitale del giovane figlio.

Fu vero miracolo? La Madonna staccò veramente la testa da muro?

La voce che sentì Filumena Marturano ‘e figl so’ figl’ durante l’invocazione alla ‘Maronn de ros’ fu veramente la voce della Madonna?

Non lo sappiamo con certezza.

Possiamo solo affermare che, nel momento del dolore, ogni madre si rivolge con fede, devozione e disperazione è quella che è la mamma di tutti e che, più di tutti, può comprendere, perchè ha vissuto sulla sua pelle il dolore più grande che possa colpire una madre, la morte di un figlio.

 

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